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Considerazioni sulla pace in Iraq

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Sommacampagna li, 13 marzo 2003

 

OGGETTO: Considerazioni in merito alla crisi irachena

 

Signor Presidente del Consiglio, signori Consiglieri,

non vi è dubbio che l'Italia, attraverso il Presidente del Consiglio Berlusconi abbia riacquisito prestigio a livello internazionale e stia giocando un ruolo importante nella risoluzione della grave crisi irachena.

Gli obiettivi del Governo italiano sono la difesa del diritto internazionale, della democrazia, della pace, della sicurezza e degli interessi del nostro paese e dell'Europa. A tal fine, l'azione diplomatica del nostro Governo si è finora svolta ricercando la massima coesione fra i paesi del mondo occidentale e il coinvolgimento dei paesi arabi moderati. Tale azione è tesa, inoltre, a trovare soluzioni multilaterali largamente condivise, per evitare decisioni unilaterali da parte degli Stati Uniti.

Purtroppo, esistono, ad oggi, rilevanti difficoltà a livello europeo ed internazionale. A livello europeo una frattura è stata determinata dall'asse franco-tedesco che ha assunto posizioni antiamericane dettate da interessi strategici di politica interna ed internazionale, senza consultare i partner europei. Ne è derivata una risposta da parte di otto Stati - compresa l'Italia - ispirata dalla necessità di ricucire questo strappo. Si è trattato di un grave errore da parte della Francia e della Germania; nulla può essere più deleterio, in questo momento, di una divaricazione tra Europa e Stati Uniti e di uno scollamento interno alla comunità europea. Tanto più grave questo errore perché sostenuto da un falso pacifismo, smentito nei fatti - ad esempio - dalla politica militare di potenza della Francia impegnata negli esperimenti nucleari negli atolli del Pacifico e come gendarme dell'Africa occidentale.
Di fatto, Francia e Germania tentano di imporre una loro leadership europea e temono grossi rischi di ordine pubblico legati all'imponente immigrazione musulmana. Sia la Francia sia la Germania non hanno, peraltro, mai nascosto alcuni atteggiamenti ostili verso il nascente Governo della Casa delle libertà, chiudendo pregiudizialmente il dialogo con l'Italia e favorendo conseguentemente la nascita di un'alleanza preferenziale tra Berlusconi, Blair, Aznar e Bush.
Conseguenza di questa situazione è l'ulteriore indebolimento del nucleo continentale dell'Alleanza atlantica, a tutto vantaggio di una posizione egemonica dell'asse angloamericano. Altro fattore critico è costituito dalla sempre più evidente inadeguatezza degli organismi decisionali dell'ONU, anche di fronte ad evidenti violazioni delle proprie risoluzioni. Non vi è dubbio, infatti, che Saddam Hussein sia un dittatore che costituisce un rischio devastante per la comunità internazionale.

La prima leggenda da sfatare è quella che Saddam rispetti i cristiani: dagli anni ’70 a oggi ha fatto bruciare o distruggere qualcosa come 100 Chiese. Per ora gli organismi umanitari sono riusciti a censirne un elenco di 24, cioè quelle distrutte fino al 1988, anno della fine della guerra con l’Iran. Il resto ce lo si può immaginare. D’altronde la politica di Saddam è molto semplice: divide et impera.

Così sia prima che dopo la guerra del golfo del 1991, per assicurarsi i pozzi di petrolio più ricchi che stanno nel territorio curdo, ha pensato bene di deportare circa 900mila persone. Gli sciiti dal sud dell’Iraq in Kurdistan, i kurdi al sud e gli assiri-caldei, antenati stretti di quei pochi ebrei che fino a 30 anni fa stavano ancora in Iraq, sono stati arabizzati a forza. Con le buone o con le cattive insomma. Tutti i testimoni sentiti dalle emittenti occidentali, apparivano terrorizzati di possibili rappresaglie, visto che quasi ogni famiglia curda può piangere un morto o un “desaparecido”. Categoria quest’ultima che si può contare nell’ordine delle centinaia di migliaia di unità, roba che Pinochet in confronto era un angelo del paradiso. Quanti di coloro che sventolano la bandiera della Pace, sanno che circa 200 villaggi curdi e sciiti sono stati distrutti con il fuoco e con i gas nervini? O quanti conoscono l’esatto numero dei giustiziati in 30 anni di regime del terrore? …per anni e fino ad oggi la carenza di reazione da parte della comunità internazionale a proposito di diritti umani in Iraq ha dato a Saddam Hussein e alla sua cerchia una sorta di diritto di vita e di morte sopra intere comunità di persone.

Leggeranno mai “i pacifisti senza se e senza ma” che sabotano i treni in Italia e che considerano Bush come Hitler queste righe che vi ho appena letto contenute nell’introduzione di un rapporto di 68 pagine sui diritti umani negati in Iraq alle minoranze etniche e sui genocidi di Saddam, pubblicato nel gennaio 2003? C’è da dubitarne, troppo poco politically correct. Se invece lo facessero forse muterebbero almeno una delle loro certezze. Con 199 case di detenzione, che forse sarebbe meglio definire campi di concentramento, di certo a Baghadad non hanno problemi di sovraffollamento carcerario né di mancanza di alloggi: semplicemente buona parte della popolazione abita in galera. Da quelle parti di indulti e di indultini solo a parlarne scoppiano tutti a ridere. In Iraq quando c’è un problema di sovraffollamento carcerario, prendono un pò di detenuti politici a caso e li ammazzano e così risolvono il problema. I numeri pubblicati dalle Nazioni Unite parlano di un milione di deportati curdi, cioè persone costrette a lasciare la propria famiglia e il proprio paese e condannate a vivere di miseria a centinai di chilometri da dove è nata.

Innumerevoli sono le violazioni di Saddam ai trattati di non proliferazione di armi non convenzionali. È dimostrata dalla storia recente la sua aggressività e sono confermati i massacri da lui compiuti sui curdi e sugli sciiti.
Dalle prove raccolte sembra ormai certo il suo sostegno al terrorismo, la sua collaborazione con Al Qaeda, il finanziamento dei kamikaze e della jihad islamica. Non ci sfuggono, peraltro, ulteriori motivazioni che spingono verso la guerra.

All'orizzonte, inoltre, appare sempre più concreta la nascita di un controimpero che basa i suoi elementi di forza sul collante religioso, su una struttura patriarcale forte, su una consistente crescita demografica e sul possesso di beni primari, ad esempio il petrolio in grande quantità. Diventa, pertanto, determinante riuscire ad avere maggiore controllo o, perlomeno, maggiore capacità di contrattazione con i paesi possessori di materie prime fondamentali per la crescita economica.

La strada che i paesi europei devono percorrere non è, tuttavia, quella dello scontro con l'alleato di oltre Atlantico, bensì quella del rafforzamento e della maggiore coesione dell'Europa stessa per poter reggere un confronto aperto con gli Stati Uniti.
A nostro parere, la strada già intrapresa dal Governo Berlusconi è quella giusta. Prioritario è trovare una posizione comune europea, riavvicinare Europa e Stati Uniti, prevedendo un accordo a livello ONU nel quale si contemperino l'impegno della comunità internazionale contro il terrorismo e per la pace, con l'assunzione di responsabilità da parte di tutti gli Stati membri.
In presenza di prove certe, non è pensabile rifuggire dall'impegno comune, pena una spaccatura ed una delegittimazione dell'ONU stessa, con il via libera giustificato all'unilateralismo Stati Uniti-Gran Bretagna. Crediamo che una comunità internazionale compatta e determinata possa raggiungere lo scopo di piegare Saddam e costringerlo ad ottemperare realmente alle risoluzioni ONU o ad indurlo all'esilio.
Questo risultato è impensabile con una comunità internazionale divisa. Mentre ribadiamo un'assunzione di responsabilità, non disconosciamo i pericoli di un'eventuale guerra, la recrudescenza del terrorismo, la reazione violenta di alcune comunità islamiche presenti in Europa, un'imponente invasione dell'Europa da parte di nuovi diseredati, l'esplosione di altri focolai in Medio Oriente, la recrudescenza del conflitto arabo-israeliano, nonché il rischio della saldatura di un fronte antioccidentale.

Per evitare tutto questo da subito è indispensabile rafforzare il dialogo con i paesi islamici moderati per emarginare l'integralismo, lanciare messaggi positivi e ridare autonomia vera ai popoli del pianeta, valorizzare e rispettare le diversità, rivitalizzando nel contempo i valori di riferimento del sistema occidentale: l'importanza della famiglia, dei figli, per rafforzare la nostra identità culturale senza la quale la nostra civiltà sarà destinata a soccombere.

L'opinione pubblica del nostro paese è contro la guerra: certamente si pensa che la guerra debba essere evitata a tutti i costi. La guerra è dolore, sofferenza e paura: nessuno di noi la vuole. È sbagliato però contrapporre il Papa a Bush come ha fatto un autorevole settimanale.
Il piano spirituale e quello politico sono difficilmente comparabili e l'opinione pubblica del nostro paese non può e non deve dimenticare che già oggi siamo nel mirino del terrorismo, come ha ricordato lo stesso Colin Powell in sede ONU.

Il dovere delle forze politiche è quello di rappresentare la realtà per quella che è, con le sue verità nascoste, con i sui rischi e le opzioni politiche possibili.
Per questo ci appare irresponsabile la posizione assunta su questo tema dal centrosinistra, ancora una volta diviso al suo interno; un centrosinistra con due facce: la prima è quella del pacifismo utopico militante sbandierato in senso antioccidentale e strumentalizzato da Cofferati al fine della politica interna; la seconda è quella del moderato Rutelli, moderato per opportunità politica e non sicuramente per convinzione, costretto ad una perenne rincorsa dell'ala sinistra della propria coalizione, facendosi a tal fine scudo in modo ipocrita del ricorso sine die all'ONU e del pacifismo di facciata.
Quello che abbiamo di fronte è lo stesso centrosinistra che con disinvoltura avallò l'intervento della NATO nel Kosovo senza alcuna decisione parlamentare ed ignorando la sovranità popolare, sostenendo l'assurda e contraddittoria giustificazione della guerra umanitaria. Una guerra, quella in Kosovo, consumata dopo aver collaborato a far fallire le trattative diplomatiche, dopo avere aiutato - ricordiamolo - il regime di Milosevic con l'acquisto di Telekom Serbia.

In conclusione, signor Sindaco, la Lega nord Padania non vuole la guerra: essa lavora per la pace e persegue l'armonia fra i popoli della terra e ne rispetta le identità e le diversità. Parimenti la Lega nord Padania è abituata ad affrontare la realtà per quella che è e non a nascondere la testa sotto la sabbia, bensì a trovare la soluzione dei problemi.
La Lega Nord Padania è per la difesa della nostra civiltà occidentale e per l'Europa, per il binomio Europa-Stati Uniti senza il quale l'occidente cessa di esistere. La Lega Nord Padania è contro la dittatura ed il terrorismo.

Per difendere tutti questi valori e queste appartenenze la Lega nord Padania ritiene che la guerra, come ultima soluzione e all'interno di un percorso largamente condiviso dalla comunità internazionale, non possa venire esclusa come possibilità per garantire la libertà dei popoli e del futuro dell'umanità.

L'orgoglio di ogni persona, di una comunità e di un paese si nutrono della coscienza che alcuni valori come la libertà, sono inestimabili e per la loro difesa vale la pena lottare in ogni modo.

Per quanto riguarda l’esposizione della bandiera arcobaleno della “Pace” su un ente pubblico come il Palazzo Comunale, esiste un decreto ministeriale che vieta l’esposizione di vessilli diversi da quelli istituzionali, che sono: la Bandiera della Repubblica,dell’Europa e quella della Regione Veneto nel nostro caso.

 

Il gruppo consigliare Liga Veneta Lega Nord S. A.

 

Augusto Pietropoli         Roberto Braggio